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Enrico Buonavera - Intervista

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Arlecchino si racconta: «Maschere, ombre e il gusto della bella conversazione»

«Il teatro amatoriale? Fondamentale, oggi più che mai. Insegna l'incontro, il rispetto, la cultura»

Intervista all'attore e regista Enrico Bonavera di Anna Chella (con la collaborazione di Alberto Cariola)


Enrico Buonavera - I segreti di Arlecchino«Il teatro è incontro, rispetto, dialogo. è la bella conversazione di cui parla Goldoni. Quella che permette agli altri di farci sognare e che sospende il tempo». Parola di Enrico Bonavera, uno dei più grandi esperti di Commedia dell'Arte che, nei panni di Arlecchino, ha conquistato gli spettatori di tutto il mondo. Il pubblico di Teatrika potrà apprezzarlo stasera nello spettacolo-evento «I segreti di Arlecchino. Incursione guidata nel mondo della Commedia dell'Arte». Al Piccolo Teatro di Milano, Bonavera è ritenuto l'erede naturale di Ferruccio Soleri, che da sessant'anni è l'Arlecchino più celebre del teatro italiano. Anche se a chi glielo chiede Bonavera risponde sorridendo: «Erede? Sostituto, piuttosto! Ci scambiamo, e quando lui fa Arlecchino, io sono Brighella. E la cosa interessante è che tutte le volte che sono Arlecchino, detesto Brighella... ma quando sono Brighella non sopporto più Arlecchino!». Al festival Teatrika, Enrico Bonavera è arrivato per tenere un laboratorio teatrale sulla Commedia dell'Arte. Sta insegnando ad un piccolo gruppo di quindici attori i segreti delle maschere, dei tipi, di questa forma di teatro antichissima e sempre nuova perché propone all'attore la sfida continua di ricreare il personaggio attraverso la sua sensibilità. Il laboratorio culminerà sabato 3 luglio in una «Prov'Aperta» in cui gli allievi metteranno in scena pezzi del repertorio tradizionale e brani di loro invenzione, come nella miglior tradizione della Commedia.

Lei è uno dei più grandi interpreti della Commedia dell'Arte, cosa sta insegnando ai suoi allievi?
La Commedia dell'Arte è un modo di fare teatro molto naturale e molto difficile. è un linguaggio che appartiene a noi italiani, un vero artigianato, ben lontano dall'idea dell'Arte come fuoco sacro. La Commedia si faceva per vivere, per mangiare, per 'guadagnarsi la pagnotta'... Ormai si tratta di qualcosa di quasi esotico per noi, anche se ha i suoi eredi nella farsa napoletana, nel cabaret o nella commedia all'italiana che purtroppo è ormai scomparsa dalla scena. Nel corso, sto cercando di trasmettere alcuni degli strumenti della Commedia dell'Arte: la maschera, i tipi fissi, il linguaggio di quello che si chiama 'realismo stilizzato'.

E i personaggi...
Quelli, li conosciamo tutti: Brighella, Arlecchino, Pantalone... Sono tipizzazioni del comportamento dell'essere umano, resi celebri da Goldoni, passati attraverso la rivoluzione di Molière. Appartengono ad un mondo di quattro secoli fa, dominato da comportamenti primari: mangiare, sopravvivere, rapportarsi col padrone... L'attore deve riscoprirli attraverso la sua sensibilità. E' sempre una bella esperienza rendere credibile un personaggio. La Commedia dell'Arte è un viaggio nelle possibilità di gioco attraverso il corpo e la maschera. A diversi livelli. Mi viene da paragonare la Commedia dell'Arte al calcio, che può essere giocato dai bambini come dai campioni, con le stesse regole. Anche una partita di bambini se c'è affiatamento e gioco può essere godibile, e così accade per la Commedia dell'Arte: può essere giocata a diversi livelli ed essere sempre godibile.

Che cosa trasmette oggi la Commedia agli spettatori?
Divertimento, soprattutto, e la scoperta di quanto siano ingenui certi comportamenti umani. Ma i personaggi non sono macchiette, c'è intensità, una base drammatica forte, una ricerca profonda. Mi interessa molto la dimensione malinconica della Commedia, quella che ha ispirato il romanticismo. Strehler nel suo «Arlecchino servitore di due padroni» aveva messo in scena l'ombra della maschera, un mondo parallelo in cui ognuno è ombra di se stesso. L'idea che la Commedia sia anche una sorta di «archivio della memoria» mi piace. E poi, c'è quel piacere di conversare, di intrattenersi di cui parla sempre Goldoni quando dice che «avemo fato na bela conversaziòn».  è quello che cerca Rossana in Cyrano, quello che il povero Cristiano non riesce a darle, la base dell'equivoco che costringe tutti gli spettatori a stare col fiato sospeso, ad arrabbiarsi col povero Cyrano. Tutti vorremmo gridargli: «ma insomma diglielo, perché non glielo dici che sei tu? avrai anche un naso assurdo, ma con la parola sai aprire universi»... Saper conversare è una qualità importante: nella conversazione il tempo è sospeso e gli altri hanno la possibilità di farci sognare.

Lei ha girato nei teatri di tutto il mondo...
All'estero la Commedia dell'Arte funziona benissimo. Succede perché l'attore è obbligato a significare molto col corpo e il pubblico capisce. Certo, ora è aiutato dai sottotitoli. Ma fin dai suoi inizi la Commedia è stata rappresentata in Francia, in Spagna... e gli spettatori capivano, si stupivano di capire l'italiano. La Commedia nasce nel 1545 e nel 1560 girava già per l'Europa. Magari era accaduto per caso, chissà. Una sera ad una rappresentazione a corte c'erano le persone giuste. L'ambasciatore spagnolo e quello francese vedono la Commedia e pensano: la vogliamo anche noi... Potrebbe essere andata così, chissà.

E in mondi lontani come la Cina, il Giappone?
Soleri racconta sempre di quando per la prima volta l'«Arlecchino» venne rappresentato in Giappone, dove il rapporto col teatro è molto legato ai codici ed ogni gesto ha il suo significato. All'inizio il pubblico era disorientato, ma quando Arlecchino nella scena della lettera si rivolse alla platea, qualcosa scattò: avevano capito che non si trattava di simbolo, ma di realismo, di realtà.

A Teatrika, il teatro non professionistico locale ha lanciato un appello per avere strutture, possibilità di esprimersi...
Purtroppo nel nostro paese, famoso per l'arte e la cultura, a ben guardare la musica viene"'tagliata", così l'arte ed anche il teatro. Il teatro non professionistico è fondamentale: non solo è fonte di divertimento, ma abitua anche a leggere, a pensare, crea incontro e dialogo. Fa uscire le persone, le allontana dalla televisione e le fa incontrare. Il teatro dovrebbe essere praticato in tutte le scuole, perché insegna il rispetto e l'ascolto. Le compagnie amatoriali chiedono solo strutture, attenzione e la possibilità di praticare il teatro. E, soprattutto, creano un pubblico consapevole. Mi è capitato di vedere in grandissimi teatri e con grandissimi nomi spettacoli in cui non si capiva nulla ed il livello era davvero scarso. Nessuno spettatore però osava lamentarsi perché se i nomi in cartellone sono noti e se si paga il biglietto non si può protestare... La verità è che fare teatro è un'alchimia difficile, e spesso alle grandi produzioni non corrisponde la qualità. Coi suoi difetti, il teatro amatoriale ha il grandissimo pregio di potersi concedere ritmi lenti, in cui il gruppo si amalgama e l'affiatamento fra gli attori e il regista si consolida. E' fondamentale. Ricordo le prove estenuanti di Strehler: sapevi forse quando sarebbero iniziate ma non quando sarebbero finite... Alle quattro del mattino, gli attori erano sfiniti, esausti, non ne potevano più. Ma i macchinisti erano incantati perché vedevamo nascere un'opera d'arte sotto i loro occhi. Quando per la prima volta nell'87 entrai nell'Arlecchino di Strehler, alla vigilia del debutto, con lo spettacolo pronto, Strehler disse: no, non siamo pronti. Andammo in scena dieci giorni dopo il previsto, con prove estenuanti e gli impresari che ormai si strappavano i capelli. Ma era nato un capolavoro.

 

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